Marettimo, nel racconto di Fulco Pratesi degli anni ’80

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Marettimo, la diversa. Per chi, in battello, lasci Trapani e il monte di Erice incoronato di nubi e si diriga verso ponente, le due prime isole dell’arcipelago delle Egadi non costituiranno una novità. I paesaggi della Sicilia vi si ritrovano infatti un po’ tutti: la rocce rossastre di calcare compatto, la gariga bassa (tipica formazione vegetale delle zone aride formata essenzialmente da entità cespugliose quali rosmarino, timo, elicriso, cisti, eccetera) che digrada in steppa, i fichi d’India, i pini d’Aleppo, le case d’intonaco avana, le tonnare in via di estinzione. Levanzo e Favignana, in fondo, non sono che appendici, splendide se vogliamo, di quel territorio colpevolmente misconosciuto, ma validissimo dal punto di vista ecologico e turistico, che, con epicentro Trapani, comprende vere gemme come lo Stagnone di Marsala, capo San Vito con la riserva naturale dello Zingaro, monte Cofano e la favolosa Erice.

La terza isola, Marettimo, è invece diversa. Diversa nel senso più vero (e più positivo) della parola. Diverse, si sa, sono tutte le isole, ma quelle davvero “diverse” non sono molte nei nostri mari: tra queste porrei Gallinara, Montecristo, Palmarola, Capri, Spargi, San Domino, Salina, Vivara, isole “con una marcia in più”, tanto per riprendere uno squallido paragone motoristico.

Le isole “diverse” si capiscono anche da lontano: il profilo selvaggio e mosso, le vaste chiazze di vegetazione, le pareti impervie e precipiti, una bassa (a parte Capri, gioiello inarrivabile) frequentazione umana, fonte di turpitudini e oscenità.

Dal mare, Marettimo (quale nome più marino e insulare di questo?) ci dice già molte cose: la sua cima più alta, monte Falcone, sfiora i 700 metri, tutta la sua edilizia (ma proprio tutta!) addensata e coagulata in un piccolo centro di case basse e composte, del solito color sabbia di deserto, la sua “pelle” rocciosa coperta da un vello verde e folto, soprattutto nel settore settentrionale.

Un’isola lontana, Marettimo, elusiva, scontrosa, superba, che per centinaia di migliaia di anni non fu, come avvenne per Levanzo e Favignana, unita alla Sicilia, ma separata, in uno splendido isolamento. Un isolamento che, per fortuna, resiste ancor oggi: a Marettimo, con soddisfazione degli abitanti, non si è scaricato il turismo invadente e degradante dei sacchi a pelo e delle siringhe, e nemmeno quello, altrettanto inaccettabile, delle lottizzazioni e dei megalberghi. A Marettimo il turismo è quello, sensibile e pacato, delle camere in affitto presso i pescatori, di due piccoli (e meravigliosi) ristoranti, di un rapporto minuto e sereno tra “forestieri” e locali, in un’atmosfera di ieri ma che potrebbe essere anche quella di domani fatta di armonia con la natura, con la gente, con il luogo. Non so come si presenti Marettimo in primavera, ma sono certo che nessuna stagione dell’anno possa dare più dell’autunno un’idea completa della sua magnificenza. Intanto, ai primi di settembre i turisti se ne sono andati e le coste sono sgombre da motoscafi e gommoni.

Poi, cosa che pochi sanno, alle prime piogge esplodono le fioriture della macchia mediterranea e della steppa: sugli sterrati si aprono le corolle viola della magica mandragora, la macchia sempreverde si ammanta dei fiori color azzurro cielo del rosmarino e di quelli rosa intenso dell’erica, sulle euforbie arboree si aprono i ciuffetti verdazzurri delle foglie novelle. E poi è adesso (e non nella breve e arida primavera sicula) che fioriscono le endemiche: il garofano rupestre rosso carminio, il Bupleurum fruticosum a foglie di garofano, la scilla autunnale, il litospermo a foglie di rosmarino dalle corolle azzurro genziana (che però fioriscono in inverno), la statice tenuicola dai fiorellini viola e tante altre.

Infine, e non è un particolare da sottovalutare, in autunno i cieli di Marettimo si infoltiscono di ali e di voli: passano sui suoi picchi e sulle sue macchie molti degli uccelli rapaci che hanno nidificato nel nord Europa e che tornano al sud per svernare. In soli due giorni di osservazione, in settembre, ho avuto modo di notare ben sei capovaccai (piccoli e rari avvoltoi bianchi e neri), tre falchi di palude e altri rapaci che non sono riuscito a riconoscere.

Per avere un’idea efficace di Marettimo è indispensabile percorrere almeno due itinerari: uno in barca e uno a piedi.

La barca, una delle tipiche barche a motore locali colorate e rumorose, parte in genere dallo Scalo Nuovo, nella parte orientale dell’isola, dove attraccano vaporetti e aliscafi (l’altro porto di Marettimo, lo Scalo Vecchio, è rivolto invece a ponente). Si naviga in direzione nord, a poche centinaia di metri dalla riva, il che permette di osservare bene le particolarità del paesaggio. Fino allo scoglio del Cammello, poco a ovest del porto, caratterizzato da due gobbe pietrose ed erette, la costa è bella, ma non eccezionale: grandi massi, calette di ciottoli, una vasta grotta (la grotta del Cammello, appunto) ricca di anfratti e aperture.

Questa è la prima di una serie incredibile di cavità poste a pelo d’acqua e che si susseguono lungo quasi tutto il perimetro dell’isola che si sviluppa per diciannove chilometri. Ciò che qui attrae il naturalista è, più che il gioco delle luci sulle pareti e le stalattiti, la delicata fioritura arancione di un singolare esacorallo, l’Astroides calycularis, che illumina la roccia più prossima alla superficie. Può essere interessante sapere che fu proprio in questa grotta che vennero barbaramente uccise a fucilate le ultime foche monache di questa parte del Mediterraneo.

Poco più oltre là barca passa sotto un alto e precipite promontorio, sulla cima del quale si trova un piccolo castello: si tratta del forte borbonico di Punta Troia, nelle cui segrete languì il patriota napoletano Guglielmo Pepe. Sull’altissimo ago di roccia che sorge a poca distanza nidificava fino a pochi anni fa il mitico falco pescatore. Sotto di esso un’altra grotta, detta del Tuono, e poco più avanti la grotta della Pipa. In tutti i casi non cercate di ricordarne i nomi: ogni barcaiolo sarà lieto di parlarvene.

Girata la punta Troia il paesaggio si fa più bello: i picchi rocciosiche bucano il cielo sono ricoperti nella parte bassa da una foltissima macchia mediterranea, che prosegue senza soluzioni di continuità fino al mare. Il battello adesso supera punta Mugnone, bassa e rocciosa, sulla quale si trovano ancora i resti di una cava di marmo, per dirigersi, sempre costeggiando, verso sud.

Il panorama che si apre da cala Bianca a punta Libeccio, praticamente il settore occidentale dell’isola che guarda verso l’Africa, e qualcosa di inaspettato. Ai pendii ricoperti di macchia si sostituisce in questo punto una vera cattedrale di pietra fatta di torrioni dolomitici i cui piedi, traforati da grotte, si immergono in un mare al quale il fondale di pietrisco calcareo conferisce un meraviglioso colore turchese le barranche (con questo nome di origine spagnola si chiamano le impervie gole rocciose che incidono la costa tra i torrioni di pietra) separano promontori a picco alti anche quattrocento metri che, rosati e caldi, si stagliano contro l’azzurro del cielo: è come guardare le Tre Cime di Lavaredo che si innalzino nel mare, con tutto il solare tepore della dolomia al tramonto, gli strapiombi, le cenge, le stratificazioni di ere antichissime.

Le grotte, inutile dirlo, sono molto belle: la Perciata, quella del Presepio, quella della Bombarda sono una più affascinante dell’altra, ricche di risonanze e anfratti, forami e gallerie, stalattiti e stalagmiti che, in certe condizioni di luce, fanno apparire personaggi e immagini, come la Madonnina orante scoperta poco tempo fa nella grotta del Presepio.

Provate a immergervi in una grotta, ad esempio quella della Bombarda: al turchino-violetto del fondale ombroso fa riscontro il fiorire degli astroidi. Nel fondo, bianco e cosparso di massi, la vita marina è rara (troppi sono i pescatori), ma noterete un’alta densità di bellissime donzelle pavonine, pesci tropicali verdi, rossi e azzurri, che qui i pescatori chiamano “viole”.

Da punta Libeccio il coro dei picchi e delle barranche si placa e la costa si fa più acclive fino a punta Bassana, che si impenna di nuovo verso sud-est. Poi, dopo due ore di navigazione, si torna al paese.

A piedi le impressioni sono tutte diverse.

Innanzi tutto perché i milleduecento ettari della superficie di Marettimo sono percorribili solamente in pochi punti e comunque consigliabili a chi non tema di attraversare una macchia bassa ma tenace e di restare in equilibrio su esili spuntoni di roccia. Poi perché al mare d’acqua si sostituisce un mare di arbusti, compatto e aromatico, che assorbe tutta l’attenzione. Infine perché barranche e precipizi, visti dall’alto, fanno tutt’altra impressione.

Il sentiero che suggerisco parte dietro le ultime case e, attraversato un boschetto di pini d’Aleppo, arriva a un primo pianoro che sovrasta il paese, dove si trovano un interessante rudere di età classica (il luogo è detto delle Case Romane) e una piccola cappella del XII-XIII secolo in stato di grave abbandono. Da qui si distacca un sentiero perpendicolare alla costa che, attraversando valloncelli e garighe, giunge faticosamente al passo del Capraro, dal quale e bene salire fino al monte Falcone.

E sul monte conviene sostare per riempirsi occhi e cervello di un paesaggio meraviglioso, fatto di rocce e di verde in cui, sommo vantaggio, non esiste traccia umana: né tralicci, né case, né strade, né ripetitori TV, né rifugi, né stazzi. Solo narcisi e pietre, conigli selvatici e falchi pellegrini, euforbie e vento. Nella macchia folta che accompagna i crinali verso nord, in cui spuntano grossi cespugli di leccio, vivono alcuni mufloni, molti maiali incinghialiti (che sconvolgono il suolo alla ricerca dei bulbi dell’arisaro e delle romulee) e tanti conigli selvatici. Sulle rupi spiccano i cespi di piante rarissime e si ode nel cielo il volo sibilante dei falchi pellegrini. La sera, tornando al paese, incontrerete cacciatori locali in cerca di conigli selvatici.

Il nume tutelare dell’isola (e far la sua conoscenza è un obbligo) è padre Girolamo Campo, un prete che ha capito tutto: della vita, della natura, del turismo, dell’uomo. Si deve a lui, alla forte coesione dei marettimani e alla lungimiranza dell’Ente Provinciale per il turismo se Marettimo è rimasta così, isola di vera civiltà in un Paese che crolla travolto dall’imbarbarimento e dai falsi valori.

Fulco Pratesi, pubblicato su Atlante, Maggio 1985

n.d.r. Ho voluto pubblicare integralmente questo racconto di Fulco Pratesi perchè grazie a Dio Marettimo è rimasta come allora. Io quando lo lessi avevo 21 anni e ho scoperto Marettimo a 52 ! Grazie Fulvio, fondatore dell’unica vera associazione ambientalista nel mondo, il WWF di cui faccio orgogliosamente parte.

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